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Ci sono battaglie che un genitore non vorrebbe mai dover combattere. Ci sono muri che non dovrebbero neppure esistere, soprattutto quando parliamo di bambini fragili che chiedono soltanto un posto nel mondo. E invece, per anni, noi famiglie ci siamo scontrati con un sistema lento, rigido, incapace di capire che la scuola non è solo un luogo di istruzione, ma una seconda casa che deve accogliere, comprendere e sostenere ogni bambino.
Ora, però, qualcosa si muove. E per la prima volta da tempo, la sensazione è che si muova nella direzione giusta.
L’ingresso dei terapisti nelle scuole — fisioterapisti, logopedisti, psicologi, terapisti occupazionali e comportamentali — non è una semplice misura burocratica. È una rivoluzione silenziosa, un cambiamento che parte dai corridoi delle nostre scuole e arriva dritto nei nostri cuori di genitori. Perché questa novità significa una cosa sola: non siamo più soli. Finalmente i nostri figli potranno essere seguiti non solo a casa o nei centri, ma anche nel luogo dove trascorrono gran parte delle loro giornate.
Un passo avanti che riguarda davvero tutti
Quando si parla di inclusione, spesso ci si perde nelle parole: norme, circolari, autorizzazioni, vincoli. Ma dietro quelle parole ci siamo noi, le nostre vite, i nostri figli con le loro difficoltà e i loro piccoli passi che meritano di essere valorizzati.
La possibilità di far entrare i terapisti nelle scuole significa dare continuità a un percorso terapeutico che fino a ieri era spezzato. Significa che mio figlio, e i figli di tante altre famiglie, potranno essere seguiti nelle attività quotidiane: comunicazione, autonomia, apprendimento, comportamento. Non più frammenti di terapia, ma un percorso unico, cucito addosso alle loro esigenze reali.
La scuola non è un ospedale, certo. Ma è il luogo dove i nostri bambini imparano a stare con il mondo. E se quel mondo è accompagnato dai professionisti che li conoscono, li comprendono e li guidano, allora smette di essere un percorso in salita e diventa un sentiero possibile.
Il sollievo dei genitori: una fatica che finalmente trova ascolto
Noi genitori lo sappiamo bene: correre tra lavoro, terapie, appuntamenti, colloqui e burocrazia è un esercizio di resistenza quotidiana.
E troppe volte abbiamo sentito sulla pelle la sensazione di non fare mai abbastanza.
Con l’ingresso dei terapisti a scuola cambia anche questo. Non è solo un aiuto per i bambini, è un atto di rispetto verso le famiglie che ogni giorno sostengono un peso enorme senza mai lamentarsi. Significa riconoscere che quello che facciamo non è scontato, e che una società che vuole essere inclusiva deve sostenerci, non lasciarci soli.
È un sollievo vero, umano. È la sensazione — rara — di non essere più invisibili.
Un’inclusione reale, non più sulla carta
Per anni abbiamo visto linee guida e documenti bellissimi sulla carta. Inclusione, partecipazione, accessibilità. Parole che facevano commuovere ma che troppo spesso si arenavano davanti alla realtà.
Ma l’ingresso dei terapisti nella scuola cambia la prospettiva: non più solo teorie, ma azioni concrete.
Il terapista che osserva la classe, che guida gli insegnanti, che aiuta a prevenire crisi, che propone strategie, che costruisce insieme un ambiente più sicuro e funzionale.
Questa sì che è inclusione. Questa è la scuola che abbiamo sempre sognato per i nostri figli.
E gli insegnanti? Anche loro finalmente non saranno più lasciati soli ad affrontare situazioni complesse senza strumenti. Perché un docente motivato, formato e supportato può fare la differenza nella vita di un bambino con disabilità. E noi genitori lo sappiamo bene.
La speranza che nasce dalle piccole cose
Non parliamo di miracoli. Non cambierà tutto dall’oggi al domani. Le buone riforme hanno bisogno di tempo per mettere radici.
Ma ciò che cambia oggi è il respiro. È la possibilità concreta di immaginare un futuro meno faticoso per i nostri figli.
La prima volta che un terapista entrerà in classe e guarderà mio figlio mentre prova a partecipare, a comunicare, a impegnarsi, saprò che quel momento rappresenta un punto di svolta. Non sarà più un bambino “che ha bisogno di aiuto”, ma un bambino sostenuto nel modo giusto, nel posto giusto.
Una lotta lunga, ma finalmente riconosciuta
Molti di noi lottano da anni. Abbiamo scritto lettere, partecipato a incontri, bussato a porte che sembravano chiuse per sempre.
E forse è proprio per questo che, adesso, questa notizia ha un sapore diverso.
Il sapore delle battaglie che iniziano a dare frutti.
Non è una vittoria politica, non è una vittoria tecnica.
È una vittoria umana.
Il riconoscimento del diritto fondamentale dei nostri figli: crescere con dignità, essere supportati, essere visti.
Guardare avanti, insieme
Ogni genitore che vive la disabilità del proprio bambino sa che non esistono traguardi definitivi. Ogni conquista è un punto di partenza.
Ma oggi voglio permettermi di fare un passo indietro, respirare, e dire una cosa che raramente noi genitori riusciamo a dirci:
Ce l’abbiamo fatta. Anche questa volta ce l’abbiamo fatta.
Ora il compito è accompagnare questa riforma, vigilare, costruire ponti con le scuole, dialogare con i Dirigenti, sostenere gli insegnanti.
Ma almeno, per una volta, non partiamo da zero.
Partiamo da una decisione che mette al centro ciò che conta davvero: il benessere dei nostri figli.
E da genitore, da persona che vive ogni giorno le difficoltà e le meraviglie della disabilità, posso dirlo con il cuore:
questo è uno dei passi più importanti degli ultimi anni.