La promessa di Geolier ai bambini di Scampia: «Quel campetto lo aggiusto io»
Dal degrado al sogno: come i bambini del Lotto G hanno chiamato Geolier e si sono ripresi il loro campo
A Scampia, nel cuore del Lotto G, c’è un campetto di calcio che per anni è stato il simbolo di tutto quello che non funziona: erba inesistente, buche, ferri arrugginiti, recinzioni divelte, spogliatoi fantasma. Un luogo che avrebbe dovuto essere casa di giochi, urla, gol e abbracci, e che invece era diventato l’ennesimo spazio abbandonato, da evitare più che da vivere.
Poi, un giorno, i bambini hanno deciso che no, non poteva finire così. Hanno preso in mano i telefoni, si sono messi in cerchio, hanno acceso le fotocamere e hanno iniziato a parlare. A raccontare. A denunciare. A chiedere. Quei video, girati con gli smartphone e caricati su TikTok e Instagram, sono diventati in poche ore una mobilitazione dal basso, spontanea, potente, impossibile da ignorare.
Nei loro occhi non c’era rassegnazione, ma una richiesta chiarissima: ridateci il nostro campetto. Non un favore, non un regalo, ma un diritto. Perché in un quartiere dove spesso si parla solo di cronaca nera, un campo di calcio può essere molto più di un rettangolo di cemento o terra battuta: può essere un argine, un rifugio, un’alternativa.
Nei video, i ragazzi mostravano ogni dettaglio del degrado: le buche dove è facile farsi male, i ferri che spuntano dal terreno, le reti strappate, i muri sporchi. Ma non si fermavano lì. In molti di loro c’era anche una critica precisa a come Scampia viene raccontata fuori dal quartiere: citavano serie tv come Gomorra, accusandole di essere «vetrine negative» che mostrano solo violenza e criminalità, e non la parte viva, pulita, ostinata di chi ogni giorno prova a costruire qualcosa di diverso.
È in questo contesto che entra in scena Geolier, il rapper dei record, cresciuto anche lui tra periferie e palazzi, e diventato in pochi anni una delle voci più ascoltate dai ragazzi di tutta Italia. Per i bambini del Lotto G, Geolier non è solo un artista: è un punto di riferimento, qualcuno che parla la loro lingua, che conosce le loro strade, che ha visto da vicino le stesse scale, gli stessi cortili.
Dopo giorni di appelli, tag, condivisioni, storie e menzioni, succede quello che tutti speravano: alcuni dei ragazzi riescono a videochiamare Geolier. La scena, ripresa e rilanciata sui social, è di quelle che restano.
I bambini gli mostrano il campo, gli raccontano la situazione, gli spiegano che non vogliono arrendersi. E lui, dall’altra parte dello schermo, ascolta in silenzio, guarda, annuisce. Poi pronuncia una frase che in poche ore farà il giro del web: «Lo aggiusto io».
Non una promessa generica, non una frase di circostanza. Ma un impegno chiaro, diretto, senza giri di parole. «Lo aggiusto io», ripete. E subito dopo aggiunge qualcosa che rende questa storia ancora più forte: «Però dovete andare a scuola. Prima lo studio, poi il pallone».
In quel momento, il dialogo smette di essere solo una richiesta di aiuto e diventa uno scambio: i bambini chiedono un campo, Geolier chiede loro di credere nel proprio futuro. Non solo nel sogno del calcio, ma anche in quello dei libri, delle lezioni, dei voti, dei diplomi.
I ragazzi lo ascoltano, sorridono, annuiscono. Alcuni di loro, emozionati, citano il titolo del suo ultimo album, Tutto è possibile, trasformandolo nel manifesto dell’intera operazione. Perché se un artista che riempie stadi si ferma ad ascoltare i bambini di un campetto di periferia, allora forse davvero tutto è possibile.
Dopo quella videochiamata, le parole diventano fatti. Lo staff di Geolier contatta l’avvocato Nicola Nardella, presidente della Municipalità 8 del Comune di Napoli, che comprende anche l’area di Scampia. Nardella conferma subito la disponibilità delle istituzioni locali a collaborare.
«Noi siamo prontissimi a farlo e siamo lieti che Geolier si sia adoperato sulla vicenda», spiega. «Sono stato prontamente contattato dal suo staff, ora però bisogna avviare l’iter burocratico, così da attuare il tutto. I nostri uffici sono aperti e ben disposti ad accogliere la pratica di donazione da parte di Geolier».
Dietro le quinte, però, questa storia non è solo fatta di like, visualizzazioni e promesse. C’è un lavoro paziente, quotidiano, di chi da anni prova a tenere insieme i pezzi di una comunità. In prima linea c’è Salvatore Paternoster, presidente dell’associazione Giovani Promesse, che con i ragazzi ci lavora ogni giorno, tra allenamenti, attività, ascolto e presenza.
Accanto a lui, la giornalista Cristina Somma, che ha scelto di non limitarsi a raccontare la storia da fuori, ma di accompagnarla, di amplificarla, di farla arrivare dove da sola non sarebbe potuta arrivare: fino allo schermo del telefono di Geolier, e poi fino alle scrivanie delle istituzioni.
Se i bambini sono il volto di questa mobilitazione, loro due sono la struttura che ha permesso a quel grido di non disperdersi. Hanno creduto nella forza di quei video, hanno aiutato i ragazzi a organizzarsi, a spiegare, a insistere senza mai scadere nella rabbia sterile. Hanno trasformato una protesta in una proposta concreta.
Quando, durante una delle tante conversazioni, i bambini propongono di chiamare il campo “Geolier Stadium”, la reazione del rapper è immediata e significativa. Sorride, li ringrazia, ma poi li corregge con dolcezza: «Lo dovete chiamare come voi e non come me».
È una frase che pesa quanto una canzone intera. Perché sposta il centro della scena: non è la storia di un artista che “regala” qualcosa a un quartiere, ma quella di un quartiere che si riprende uno spazio, con l’aiuto di qualcuno che ha deciso di mettersi al suo fianco. Il campo non deve diventare un monumento a Geolier, ma un simbolo dei bambini che lo vivranno ogni giorno.
E non è finita. Il rapper aggiunge un’ultima promessa: «Appena torno a Napoli, passerò a trovarvi». Non solo soldi, non solo lavori, ma anche presenza fisica, incontro, sguardi, strette di mano, foto, abbracci. Perché per quei bambini, vederlo arrivare davvero al Lotto G sarà la conferma che non erano solo parole.
Intanto, nel quartiere, qualcosa è già cambiato. Il campetto è ancora lì, con le sue ferite, ma non è più solo un luogo abbandonato. È diventato un cantiere di immaginazione. I bambini ne parlano come se fosse già nuovo: immaginano le porte sistemate, il terreno livellato, le linee tracciate, le partite al tramonto, i tornei, le squadre, i cori.
Gli adulti, dal canto loro, vedono in questa storia una possibilità diversa: quella di dimostrare che quando i ragazzi vengono ascoltati, quando le istituzioni rispondono, quando il mondo della musica e dello spettacolo decide di usare la propria visibilità per qualcosa di concreto, allora le periferie non sono solo luoghi da raccontare in chiave drammatica, ma laboratori di futuro.
Il campetto del Lotto G, per anni simbolo di abbandono, oggi è al centro di una narrazione completamente diversa: quella di una comunità che non si arrende, di bambini che non accettano il degrado come destino, di un artista che sceglie di metterci la faccia e il portafoglio, di istituzioni che – questa volta – sembrano pronte a fare la loro parte.
Non è solo una storia di calcio. È una storia di diritto allo spazio, all’infanzia, al gioco, all’educazione. È la dimostrazione che un campo può essere un confine tra due mondi: da una parte la strada che ti tira giù, dall’altra un luogo che ti insegna a stare con gli altri, a rispettare le regole, a perdere e a vincere senza sentirti perso.
A Scampia, intanto, i bambini continuano a ripetere le parole che hanno acceso tutto: «Lo aggiusto io». E forse, in fondo, è vero che tutto è possibile, soprattutto quando a chiederlo sono loro, con la forza disarmante di chi non ha ancora imparato ad arrendersi.
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