Inclusione scolastica: svolta per gli assistenti ASACOM con il DDL 1141

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Per anni sono stati presenti nelle scuole italiane, ma senza un nome certo, senza un profilo definito, senza una cornice giuridica chiara. Hanno lavorato accanto ai bambini e ai ragazzi con disabilità, spesso in silenzio, colmando vuoti che lo Stato non aveva ancora deciso di guardare in faccia. Oggi, con l’approvazione al Senato del DDL S. 1141, qualcosa cambia. Non tutto, non subito, ma abbastanza da parlare di una svolta storica per l’inclusione scolastica.
Il disegno di legge, approvato il 28 gennaio 2026 e ora all’esame della Camera dei Deputati, interviene sul decreto legislativo 66/2017 e mette finalmente ordine attorno alla figura dell’Assistente per l’Autonomia e la Comunicazione (ASACOM). Una figura che esiste da decenni nella pratica, ma che fino a oggi è rimasta sospesa in una terra di mezzo: indispensabile per gli studenti, ma invisibile per il legislatore.

Un sistema che ha retto grazie alle persone, non alle regole

In Italia l’inclusione scolastica è spesso raccontata come un modello. E in parte lo è. Ma dietro la narrazione istituzionale si nasconde una realtà fatta di disuguaglianze territoriali, precarietà lavorativa e diritti garantiti a macchia di leopardo. Gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione sono oltre 68 mila, ma la loro presenza varia drasticamente tra Nord e Sud, così come le ore di assistenza assegnate agli studenti.
In alcune regioni un assistente segue tre o quattro alunni; in altre, soprattutto nel Mezzogiorno, può arrivare a seguirne anche nove o dieci. Un numero che rende impossibile parlare di inclusione reale. Perché l’autonomia non si improvvisa, la comunicazione non è un favore, e la relazione educativa non può essere ridotta a un rapporto numerico.

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Il cuore della riforma: riconoscere ciò che già esiste

Il DDL S. 1141 parte da un presupposto semplice ma rivoluzionario: riconoscere formalmente l’ASACOM come figura professionale. Non un supporto generico, non un servizio accessorio, ma un operatore socio-educativo con funzioni chiare: facilitare la comunicazione, sostenere l’autonomia personale e sociale, favorire l’apprendimento e la relazione tra scuola, famiglia e servizi territoriali.
È un passaggio cruciale, perché mette nero su bianco che l’inclusione non è solo didattica, ma anche relazione, mediazione, presenza costante. L’assistente all’autonomia non sostituisce l’insegnante di sostegno, non prende il posto dei docenti, ma lavora accanto a loro, rendendo possibile ciò che altrimenti resterebbe solo sulla carta.

Formazione, tutele, dignità

Un altro punto centrale della legge riguarda i requisiti di accesso alla professione. Il testo riconosce diversi percorsi: educatori professionali, operatori formati tramite corsi regionali, interpreti LIS, ma soprattutto tutela chi già lavora da anni nelle scuole. Nessuna espulsione, nessuna cancellazione dell’esperienza maturata sul campo. È una scelta politica precisa: valorizzare il lavoro svolto, non azzerarlo.
La legge introduce anche principi fondamentali sul piano contrattuale. Gli enti locali e i soggetti che gestiscono il servizio tramite appalti dovranno garantire inquadramento e trattamento economico coerenti con il contratto collettivo di riferimento. Un passaggio tutt’altro che secondario in un settore segnato da cooperative, subappalti e contratti fragili.

L’inclusione non è a costo zero, ma non può più essere rimandata

Formalmente, il DDL non prevede nuovi oneri per la finanza pubblica. Ma il suo valore non si misura in termini di bilancio. Si misura nella qualità della vita scolastica di migliaia di studenti con disabilità, nel diritto delle famiglie a non dover lottare ogni anno per le ore di assistenza, nella possibilità per gli operatori di lavorare con continuità e riconoscimento.
Perché l’inclusione non è una concessione. È un diritto costituzionale. E ogni diritto, se non è sostenuto da regole chiare e figure riconosciute, resta fragile.

Ora la palla passa alla Camera

Il testo non è ancora legge. Servirà il via libera della Camera dei Deputati, poi la promulgazione e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Solo allora il DDL entrerà in vigore. Ma il segnale politico è chiaro: lo Stato ha finalmente deciso di vedere chi per anni ha lavorato nell’ombra.

Resta da capire se questa riforma sarà l’inizio di un cambiamento strutturale o solo un aggiustamento tardivo. Molto dipenderà dai decreti attuativi, dagli accordi in Conferenza Unificata, dalla volontà di trasformare le parole in servizi reali.
Una cosa però è certa: per migliaia di bambini e ragazzi con disabilità, e per chi ogni giorno li accompagna nel percorso scolastico, questo disegno di legge rappresenta una promessa di dignità. E le promesse, quando riguardano i diritti, non possono più essere rimandate.

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