Il Nipah è un patogeno endemico nel Sud-est asiatico, classificato dall’Organizzazione mondiale della sanità come virus ad “alto rischio” per il suo potenziale epidemico e per l’elevata letalità. Nonostante ciò, gli esperti sottolineano che non si tratta di una situazione di allarme globale, ma di un focolaio che richiede monitoraggio rigoroso e misure di contenimento tempestive.
Cos’è il virus Nipah e come si trasmette
Il virus Nipah (NiV) è un agente zoonotico, trasmesso principalmente dagli animali all’uomo. I serbatoi naturali sono i pipistrelli della frutta del genere Pteropus, ma il contagio può avvenire anche attraverso maiali infetti, come accadde nel primo grande focolaio del 1998-1999 in Malesia e Singapore.
Sono stati documentati casi di positività anche in cani, gatti e cavalli. La trasmissione può avvenire tramite contatto diretto con animali malati, esposizione a secrezioni contaminate o consumo di alimenti contaminati, come frutta o succhi esposti ai pipistrelli.
La diffusione da persona a persona è possibile, sebbene meno frequente, e si verifica soprattutto in ambito familiare o ospedaliero attraverso fluidi corporei.
Sintomi e quadro clinico
L’infezione da virus Nipah presenta un ventaglio molto ampio di manifestazioni cliniche. Alcuni soggetti restano asintomatici, mentre altri sviluppano sintomi respiratori acuti o, nei casi più gravi, encefalite fatale. I sintomi iniziali includono febbre, mal di testa, dolori muscolari, vomito e mal di gola. Se la malattia progredisce, possono comparire vertigini, sonnolenza, alterazione dello stato di coscienza e segni neurologici compatibili con un’encefalite acuta.
In alcuni pazienti si osservano polmonite atipica e gravi difficoltà respiratorie, fino alla sindrome da distress respiratorio acuto. Nei casi più severi, encefalite e convulsioni possono portare al coma nell’arco di 24-48 ore.
Letalità e periodo di incubazione
Il tasso di mortalità del virus Nipah è estremamente elevato: le stime oscillano tra il 40% e il 75%, con variazioni legate al focolaio e alla capacità del sistema sanitario di intervenire tempestivamente. Il periodo di incubazione varia mediamente tra 4 e 14 giorni, ma sono stati documentati casi con incubazione fino a 45 giorni. Chi sopravvive può riportare esiti neurologici permanenti. Sono stati segnalati anche episodi di recidiva.
Cure e vaccini: lo stato della ricerca
Al momento non esistono cure specifiche né vaccini approvati contro il virus Nipah. Il trattamento è esclusivamente di supporto e mira a gestire i sintomi e prevenire complicazioni. Diversi programmi di ricerca sono in corso, ma nessuna soluzione è ancora disponibile per l’uso clinico.
Il primo focolaio e la diffusione nel Sud-est asiatico
Il virus Nipah è stato identificato per la prima volta tra il 1998 e il 1999, quando un focolaio in Malesia e Singapore provocò 265 casi e oltre 100 decessi. La maggior parte delle infezioni era legata al contatto con maiali malati, circostanza che portò all’abbattimento di migliaia di capi.
Dal 1999 in poi, piccoli focolai si sono ripresentati quasi ogni anno in Bangladesh e India. Nel 2018, nello Stato indiano del Kerala, furono registrati 23 casi e 21 decessi. Molti episodi sono stati collegati al consumo di frutta o succhi contaminati da pipistrelli infetti.
La situazione attuale e il parere degli esperti
Commentando i nuovi casi in India, l’epidemiologo Gianni Rezza ha ricordato che non si tratta di un fenomeno nuovo e che, al momento, non si registrano casi in Occidente. L’esperto invita a evitare allarmismi, pur sottolineando la necessità di mantenere alta l’attenzione, anche alla luce del rischio di eventuali mutazioni del virus.
Le autorità indiane hanno intensificato le misure di sorveglianza, avviato il tracciamento dei contatti e predisposto protocolli di isolamento per limitare la diffusione del contagio. Alcuni Paesi limitrofi hanno introdotto controlli sanitari negli aeroporti per i passeggeri provenienti dalle zone interessate.
Conclusioni
Il virus Nipah rappresenta un patogeno noto, altamente letale e monitorato da anni dalle autorità sanitarie internazionali. I nuovi casi in India non configurano un’emergenza globale, ma confermano la necessità di mantenere attivi sistemi di sorveglianza efficaci, soprattutto nelle aree in cui il virus è endemico.
La comunità scientifica ribadisce che la prudenza è fondamentale, così come la corretta informazione, per evitare allarmismi e garantire una gestione responsabile dei focolai.
