C’è un dato, tra quelli contenuti nei nuovi Livelli Essenziali delle Prestazioni, che più di altri racconta lo stato dell’assistenza in Italia: un’ora media settimanale di supporto domiciliare per le persone non autosufficienti. Sessanta minuti. Una cifra che, letta fuori dal contesto, potrebbe sembrare un refuso. Invece è la misura ufficiale di ciò che lo Stato ritiene “essenziale”.
Il deputato Andrea Quartini (M5S), in un recente intervento pubblico, ha denunciato questa sproporzione. Ma al di là della voce politica che la porta alla ribalta, il tema riguarda milioni di famiglie che da anni vivono una realtà ben diversa da quella descritta nei documenti programmatici.
La non autosufficienza non è un fenomeno marginale: riguarda quasi quattro milioni di anziani, oltre a migliaia di persone con disabilità gravi e gravissime. È un universo fatto di bisogni continui, assistenza h24, notti insonni, rinunce lavorative, fragilità emotive.
In questo contesto, un’ora settimanale non è un servizio: è un simbolo. E come tutti i simboli, rischia di diventare un alibi.
La legge quadro sulla non autosufficienza, approvata con l’obiettivo di riformare il sistema, è ancora priva dei decreti attuativi necessari. I finanziamenti, già insufficienti, sono stati rinviati al 2028. Nel frattempo, i servizi territoriali continuano a modulare le ore di assistenza non sui bisogni delle persone, ma sulle risorse disponibili.
Il risultato è un sistema che, pur dichiarandosi universale, finisce per essere selettivo.
Nel vuoto lasciato dalle istituzioni, a reggere il peso sono i caregiver familiari.
Sono loro a garantire ciò che lo Stato non riesce a offrire: presenza, continuità, competenza acquisita sul campo.
Eppure, il Fondo loro dedicato ammonta a poco più di un milione di euro: una cifra che, rapportata al carico assistenziale ed emotivo che sostengono, appare più simbolica che strutturale.
La denuncia di Quartini, in questo senso, non introduce un tema nuovo: lo riporta semplicemente alla luce. E lo fa in un momento in cui la distanza tra bisogni e risposte istituzionali rischia di diventare insostenibile.
Il nodo centrale non è la polemica politica. È la domanda che resta sul tavolo:
che valore attribuiamo, come Paese, alla cura?
Perché la non autosufficienza non è un tema di parte.
È un indicatore di civiltà.
È la cartina di tornasole di quanto una società sia disposta a investire nelle sue fragilità, non solo nelle sue eccellenze.
Un’ora alla settimana non è una risposta.
È un promemoria di quanto lavoro resti da fare.
E finché la riforma della non autosufficienza resterà sospesa tra annunci e rinvii, saranno ancora una volta le famiglie a colmare il vuoto.
Con le loro forze, con la loro resistenza, con la loro solitudine.
