“Questa è casa nostra”. All’IC 88 De Filippo mamme e docenti fanno quadrato intorno alla dirigente

IC 88 Eduardo De Filippo
IC 88 Eduardo De Filippo

Quando entro nell’ufficio della dirigente scolastica Concetta Stramacchia, comprendo immediatamente che ciò che è stato raccontato finora non è frutto di enfasi giornalistica. Le pareti sono segnate dalla muffa, non una macchia isolata ma un’infiltrazione estesa, stratificata, visibile a occhio nudo. È il segno di un problema strutturale che non nasce oggi e che non riguarda un singolo ambiente, ma l’intero plesso.

Ufficio della dirigente scolastica

Glielo faccio notare senza giri di parole: «Dottoressa, qui nel suo ufficio c’è la muffa». Lei non sposta il discorso. Risponde con una calma che pesa più di qualsiasi accusa: «Lo so. Venga a vedere i bagni dei bambini, che è più importante». In quella frase c’è già tutto. Non una giustificazione, ma una gerarchia di valori. È in quel momento che diventa chiaro che ciò che stiamo documentando non è un semplice disservizio, bensì il risultato di un fallimento amministrativo che si trascina da tempo.


Insieme ad altri colleghi giornalisti e al deputato Francesco Emilio Borrelli iniziamo a percorrere i corridoi dell’Istituto Comprensivo 88 Eduardo De Filippo, nel cuore del Parco Conocal, a Ponticelli. La dirigente ci accompagna senza filtri, senza tentativi di edulcorare la realtà. Cammina davanti a noi come chi ha deciso che il tempo delle segnalazioni rimaste senza risposta è finito.


Il quadro che emerge è netto e difficile da descrivere: bagni chiusi perché inutilizzabili, tubature mancanti, rubinetti smontati, scarichi non funzionanti, assenza di acqua calda. Un intero corridoio di aule è sbarrato perché l’acqua che filtra dal soffitto raggiunge i cavi elettrici, creando un potenziale rischio per la sicurezza. Non si tratta di incuria quotidiana o di piccoli interventi di manutenzione mai eseguiti. Qui siamo davanti a un abbandono strutturale.

Mentre attraversiamo gli spazi della scuola, la stessa domanda rimbalza tra i docenti: come si può garantire sicurezza e dignità in queste condizioni? Come si può parlare di diritto allo studio se siamo ai requisiti minimi di agibilità? E soprattutto: quanto può resistere una comunità scolastica lasciata sola?


Durante l’intervista, la dirigente si guarda intorno. Osserva le mamme, gli insegnanti. Poi pronuncia una frase che non chiede compassione, ma rispetto: «Questa è casa nostra». Non è uno slogan. È una dichiarazione di appartenenza e di responsabilità.
In quel preciso istante accade qualcosa che va oltre le parole.

Le mamme e i docenti si stringono intorno alla dirigente, formando un quadrato compatto, quasi un muro umano. Nessuna regia, nessuna scena preparata. È la fotografia autentica di una comunità che difende l’unico presidio rimasto. In quel gesto c’è la rabbia accumulata, la stanchezza di chi attende risposte da troppo tempo, ma anche la dignità di chi non accetta di essere trattato come invisibile.


La mattinata, però, non è solo testimonianza. È anche tensione. Alcune mamme, esasperate da mesi di promesse rimaste sulla carta, decidono di occupare simbolicamente l’edificio adiacente: una struttura ristrutturata con oltre un milione di euro di fondi PNRR, completata da più di un anno e mai consegnata alla scuola. Un paradosso che da solo basterebbe a raccontare una crisi amministrativa: un edificio nuovo, pronto, funzionale, chiuso; un plesso vecchio, degradato, pieno di infiltrazioni, ancora utilizzato.


Le mamme non chiedono privilegi. Chiedono che il Comune avvii immediatamente la procedura per assegnare quell’edificio all’IC De Filippo, anche solo temporaneamente, per consentire ai bambini di frequentare la scuola in condizioni dignitose mentre si effettuano i lavori di manutenzione straordinaria. È una richiesta di buon senso. È una richiesta di giustizia.

Il caso del De Filippo diventa così emblematico delle contraddizioni del PNRR: fondi stanziati, lavori eseguiti, edifici completati, ma poi bloccati da burocrazia, rimpalli di competenze, silenzi istituzionali. Nel frattempo, circa 350 studenti e altri 450 del plesso di via Madonnelle — tra cui 35 con disabilità grave — continuano a vivere la scuola in ambienti segnati dall’umidità e da impianti idrici ormai al collasso.

È impossibile non leggere in questa vicenda una responsabilità politica precisa. Lo Stato costruisce, ma non consegna. Finanzia, ma non garantisce. Promette, ma non protegge. E a pagare il prezzo più alto sono sempre i bambini, soprattutto quelli più fragili.

L’Istituto Comprensivo 88 Eduardo De Filippo non è solo una scuola. È un presidio di legalità e di educazione in un territorio complesso, dove la presenza dello Stato non può permettersi di vacillare. Ma un presidio, per resistere, ha bisogno di muri sicuri, bagni funzionanti, aule agibili. Ha bisogno che le istituzioni facciano la loro parte.

Al sopralluogo erano presenti anche Maura Striano, assessore all’Istruzione e alla Famiglia del Comune di Napoli, insieme ai consiglieri della Municipalità Carlo Capasso e Salvatore Palantra, accompagnati da un ingegnere del Comune. Hanno percorso i corridoi, osservato le criticità, ascoltato senza interrompere le parole delle mamme e dei docenti.

Durante il sit‑in, le istituzioni hanno assicurato che il caso dell' IC De Filippo avrà massima priorità, con l’obiettivo dichiarato di scongiurare in ogni modo l’eventuale chiusura del plesso.

Una promessa che ora pesa come un impegno pubblico, perché il tempo delle attese — qui — è già scaduto.


Quello che ho visto al Parco Conocal non è soltanto degrado. È una comunità che non si arrende. È una dirigente che difende la sua scuola come si difende una casa. È un gruppo di docenti e mamme che decidono di non aspettare più.
E continua a risuonare, più forte di qualsiasi comunicato ufficiale, quella frase che oggi è diventata una denuncia collettiva:

«Questa è casa nostra».

Salvatore Cocchio

Giornalista pubblicista. Scrive di giornalismo sociale, disabilità e diritti dei bambini fragili.

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