Ponticelli, scuola De Filippo: edificio nuovo chiuso, 350 alunni in aule fatiscenti

Ritardi nei lavori di ristrutturazione dell’Istituto Comprensivo 88 Eduardo De Filippo. La scuola denuncia l’inerzia amministrativa e afferma che continuerà a insegnare come atto di resistenza civile.

IC 88 De Filippo
IC 88 Eduardo De Filpo

Ponticelli - Parco Conocal - una delle aree più fragili della periferia orientale di Napoli, la scuola rappresenta spesso l’unico presidio istituzionale stabile. È in questo contesto che esplode il caso del plesso IC 88 Eduardo De Filippo, dove 350 studenti — tra cui 35 con disabilità grave — frequentano quotidianamente aule segnate da umidità, intonaco deteriorato e servizi igienici fatiscenti. Una situazione nota da anni alle autorità competenti, ma rimasta sostanzialmente irrisolta. Fino a gennaio, quando i lavori di manutenzione dei bagni sono stati avviati solo al rientro dalle festività natalizie, costringendo gli alunni a restare a casa per tre giorni. Un ritardo che i docenti definiscono “non un imprevisto, ma il risultato di una programmazione fallimentare”.


Il nodo più controverso riguarda però l’edificio gemello del plesso, ristrutturato con 1.200.000 euro di fondi PNRR e completato da oltre un anno.

Il primo piano è formalmente destinato proprio all’ IC 88 De Filippo: aule nuove, servizi igienici nuovi, impianti funzionanti. Eppure, la consegna non è mai avvenuta. Il risultato è un paradosso che gli insegnanti definiscono “intollerabile”: mentre si celebrano investimenti storici nell’edilizia scolastica, un edificio nuovo resta chiuso e inutilizzato, mentre gli studenti continuano a frequentare ambienti al limite degli standard minimi.

Di fronte all’ennesimo rinvio, i docenti hanno scelto di rivolgersi direttamente al Ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, con una lettera aperta che definiscono “un appello pubblico nato dall’urgenza e dall’esasperazione”.
Tra le frasi più forti, quella della docente Consiglia Moccia, che sintetizza il clima di frustrazione e determinazione:


Noi continueremo a insegnare come atto di resistenza civile.


Una dichiarazione che va oltre la protesta: è la fotografia di un corpo docente che, in un territorio segnato da marginalità e criminalità organizzata, considera la scuola un argine indispensabile. Gli insegnanti ricordano infatti che, negli ultimi tre anni, l’istituto è riuscito in un risultato considerato impossibile: azzerare la dispersione scolastica. Un traguardo che rischia di essere compromesso da chiusure temporanee, spostamenti improvvisati e ambienti non adeguati.


Nella lettera indirizzata al Ministro, i docenti avanzano tre richieste precise:
- assegnazione degli spazi PNRR già pronti;  
- ripristino della piena funzionalità e sicurezza del plesso centrale;  
- stop alle soluzioni temporanee che penalizzano sempre gli stessi territori.

La preoccupazione principale riguarda il rischio di un arretramento dello Stato proprio dove la sua presenza dovrebbe essere più solida. 

“Chiudere, anche solo temporaneamente, il plesso De Filippo significa spegnere un presidio di legalità”, scrivono gli insegnanti.

La vicenda dell’ IC 88 De Filippo non è un episodio isolato. In diverse regioni italiane, edifici scolastici ristrutturati con fondi PNRR risultano completati ma non operativi, bloccati da ritardi burocratici, collaudi mancanti o contenziosi tra enti.


Il caso di Ponticelli, però, assume un valore simbolico particolare: riguarda un territorio dove la scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma un argine sociale. E riguarda un istituto che, nonostante tutto, ha dimostrato che il cambiamento è possibile.


La richiesta dei docenti non è un atto di protesta, ma un atto di responsabilità civile.  
Chiedono che lo Stato faccia la sua parte, che consegni ciò che è già pronto, che garantisca ai bambini un ambiente dignitoso.

E lo fanno con una frase che, più di ogni altra, restituisce il senso profondo di questa battaglia:
Noi continueremo a insegnare come atto di resistenza civile.
In un quartiere dove la scuola è l’ultimo baluardo, resistere non è un gesto simbolico: è una necessità.
Salvatore Cocchio

Giornalista pubblicista. Scrive di giornalismo sociale, disabilità e diritti dei bambini fragili.

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